Pubblicato il: 19 Luglio, 2009. Ore 23:46.
19 luglio: anniversario della morte del giudice Borsellino e della sua scorta
A Palermo la cerimonia senza autorità e pochi cittadini

Per rappresentare lo Stato sono intervenuti infatti il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il vice capo della polizia Francesco Cirillo, il questore di Palermo Alessandro Marangoni, il comandante della Regione dei carabinieri Enzo Coppola, il sindaco Diego Cammarata e i vertici locali delle forze dell'ordine. Presenti anche il figlio e la moglie di Borsellino, Agnese e Manfredi, e la sorella di Giovanni Falcone, magistrato assassinato due mesi prima della strage di via D'Amelio.
Nella mattinata di domenica ha mosso i primi passi il presidio organizzato in via D'Amelio dal Comitato cittadino antimafia "19 luglio 2009" e da Salvatore Borsellino, che si è concluso in un minuto di silenzio carico di significato alle 16.55, ora esatta in cui si esplose la bomba 17 anni fa. Dalla Calabria sono giunti in Sicilia anche una cinquantina di attivisti dell'associazione "Ammazzateci tutti" che ha agitato bandiere con su la scritta “ Gli uomini passano, le idee restano”.
Sul fronte giudiziario invece, a tenere banco sono le dichiarazioni di Totò Riina che tramite il suo avvocato dichiara che “Lo ammazzarono loro” accusando direttamente lo Stato per la morte del giudice Borsellino e della sua scorta composta da cinque uomini.
L’ex boss parla per la prima volta dalla sua cattura e a due giorni dalla svolta nelle indagini della procura di Caltanissetta sui rapporti tra criminalità organizzata e servizi segreti, sottolineando che di quella trattativa fu “oggetto e non soggetto”, in sostanza sostenendo di essere estraneo alla vicenda ed esprimendo l’idea di non fare affidamento su di una eventuale revisione del processo.
Difatti a 17 anni dalla morte del giudice e nonostante la sentenza definitiva della Cassazione all’ergastolo per l’ex Capo dei capi e di altri elementi di spicco della mafia, la vicenda non è ancora stata chiarita del tutto sia a causa della presunta presenza di un “papello”, ovvero di incartamenti che attesterebbero l’esistenza di vere e proprie trattative tra lo Stato e Cosa Nostra, sia del mistero dell’agenda rossa di Borsellino che non fu mai ritrovata e sull’identità di un agente segreto con “la faccia da mostro” presente in molte testimonianze.
Al centro delle indagini ci sono fra le altre, le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, politico con comprovate relazioni con la mafia, che sembrano aprire scenari a dir poco sorprendenti e vergognosi se fossero confermati.
La speranza dei siciliani e di tutti noi è che la verità emerga con chiarezza e che il lavoro dei magistrati non venga intralciato in alcun modo.
Per ricordare:
- Video immagini via D'Amelio
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